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Strane straniere

  • Uscita:
  • Durata: 70min.
  • Regia: Elisa Amoruso
  • Cast: Fenxia "Sonia" Zhou, Radoslava Petrova, Sihem Zrelli, Ana Laznibat, Ljuba Jovicevic, Ana Laznibat, Ljuba Jovicevic, Radoslava Petrova, Sihem Zrelli, Fenxia "Sonia" Zhou
  • Prodotto nel: 2016 da COSTANZA COLDAGELLI PER MATRIOSKA, CON RAI CINEMA; IN COLLABORAZIONE CON TANGRAM FILM
  • Distribuito da: ISTITUTO LUCE-CINECITTÀ (2017)

Film non più disponibile nelle sale

TRAMA

Ana, Ljuba, Rady, Sihem e Sonia. Cinque donne arrivano in Italia per motivi diversi: l'amore, il lavoro, la curiosità o forse il destino. Hanno un vissuto e lo scambiano con un altro. Ognuna di loro crea un'attività, reinventandosi e integrandosi con successo nella nuova realtà. Distanti per esperienza e provenienza, l'essere straniere le accomuna. Tra lavoro, famiglia e relazioni le loro storie si intrecciano per raccontare cosa significhi costruire un'identità in un altro paese.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Difficile per un romano che ama mangiare cinese non conoscere Sonia. La proprietaria del ristorante cinese Hang Zhou dell’Esquilino è diventata famosa nella Capitale a furia di sfornare involtini primavera, ravioli al vapore, riso alla cantonese e pollo alle mandorle. Zuppe poche, perché da brava imprenditrice ha capito che quelle non piacciono agli italiani. Sonia è una straniera che ce l’ha fatta nel nostro paese. Si è aperta un ristorante e ha realizzato il proprio sogno. E forse proprio per questo è “strana”. Ma di strane straniere che oggi sono esempi femminili di imprenditrici di successo per fortuna ce ne sono tante altre. Grazie al documentario di Elisa Amoruso, intitolato per l’appunto “Strane straniere”, ne conosciamo cinque. Ognuna è arrivata da un paese diverso. C’è chi ha fatto la babysitter e poi la badante e alla fine ha deciso di dedicarsi al volontariato, come la tunisina Sihem che, insieme al compagno Ciro, ha fondato l’associazione “La Palma del Sud” a sostegno di tutti coloro, italiani e stranieri, che si trovano in difficoltà economiche. C’è Radi che ha lasciato la Bulgaria per un amore che poi però si è rivelato sbagliato. Nel nostro paese ha scoperto la passione del mare e ha creato una cooperativa di sole donne, la “Bio e mare”, un laboratorio dove lei e le sue amiche preparano salse di pesce. Poi ci sono Ana e Ljuba. La prima è serba, la seconda è croata. Si sono incontrate per caso in Italia e da allora sono diventate inseparabili e hanno aperto l’Atelier, una piccola galleria d’arte che si trova nel quartiere Monti di Roma. Infine c’è Sonia che vive da ben ventitré anni in Italia e che si prepara a festeggiare il capodanno cinese, una festività che si conclude con il tradizionale lancio delle lanterne.  “Vai ad aiutarli gli italiani che non le sanno accendere le lanterne”, dice Sonia quando a fine serata è il momento di lanciarle nel cielo. Una volta che hanno preso il volo, tutti con la testa all’insù le guardano meravigliati librarsi tra i palazzi di Roma. Allo stesso modo, con lo stesso sguardo meravigliato, ci ritroviamo a guardare queste cinque straniere che il documentario di Elisa Amoruso  porta sullo schermo. Partendo dalla ricerca dell’antropologa Maria Antonietta Mariani che ha studiato un gruppo di emigrate che sono riuscite a reinventarsi dando vita ad una propria attività, “Strane straniere” ci fa così vedere l’immigrazione da un altro punto di vista: non come un problema, ma come normalità. Una normalità straordinaria.  Così mentre Fuoristrada, l’opera prima della regista (classe 1981),  ci aveva sorpresi raccontandoci una storia non convenzionale nell’Italia convenzionale: un meccanico del quartiere di San Giovanni a Roma che un giorno decide di diventare donna e di chiamarsi Beatrice. Qui ci stupiamo nel conoscere storie più “normali” di donne che si sono alzate da sole e che ce l’hanno fatta. Non a caso Strane straniere uscirà mercoledì 8 marzo in occasione della festa delle donne distribuito dall’Istituto Luce.

  • Il Tempo

    (...) la Amoruso (...) anche in questo documentario ha puntato sulla dignità estetica, senza dimenticare il contenuto.

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