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Personal Shopper

  • Uscita:
  • Durata: 105min.
  • Regia: Olivier Assayas
  • Cast: Kristen Stewart, Anders Danielsen Lie, Lars Eidinger, Sigrid Bouaziz, Nora von Waldstätten, Ty Olwin, Hammou Graïa, Benjamin Biolay, Audrey Bonnet, Pascal Rambert, Aurélia Petit, Olivia Ross, Thibault Lacroix, Calypso Valois, Benoït Peverelli, Dan Belhassen, Léo Haidar, Mickaël Laplack, Vianney Duault, Célia Ouallouche, Khaled Rawahi, Julie Rouart, David Bowles
  • Prodotto nel: 2016 da CG CINÉMA IN CO-PRODUZIONE CON VORTEX SUTRA, SIRENA FILM, DETAIL FILMS, ARTE FRANCE CINÉMA, ARTE DEUTSCHLAND/WDR
  • Distribuito da: ACADEMY TWO (2017)
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Film non più disponibile nelle sale

TRAMA

Maureen è una ragazza americana che lavora a Parigi come "personal shopper", ovvero sceglie i vestiti giusti e con un budget stratosferico a disposizione per Kyra, una star molto esigente. Ma Maureen ha anche la particolare capacità di comunicare con gli spiriti, dono che condivideva con il fratello gemello Lewis, da poco scomparso. Mentre è in cerca di un contatto con l'aldilà per poter salutare definitivamente Lewis e riappacificarsi con la sua perdita, Maureen inizierà a ricevere ambigui messaggi inviati da un mittente sconosciuto. Entrerà così in contatto con una presenza spettrale, ma non è sicura che si tratti di Lewis.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Personal Shopper di Olivier Assayas    è un’opera di esagerate ambizioni, che incappa spesso e volentieri in soluzioni improbabili. S’incarta persino. Quando viene meno la fiducia ecco che bisogna ampliare la trama, ricamarci intorno, confondere le tracce, muovere i personaggi, aggiungerne. Horror vacui ? Piuttosto una sceneggiatura scritta in maniera approssimativa. Forse addirittura non scritta, come pare ammettere l’autore nel divertente intermezzo dedicato a Victor Hugo. Lo scrittore è in esilio e desidera comunicare con gli spiriti, i quali che però non comunicano con la lingua ma spostando tavolini. Ed è un film, questo, di spostamenti continui, di transizioni solo percepite, di falsi movimenti. Da una città all’altra: Parigi, Milano, Londra. Da una boutique all’altra. Da una camera all’altra. Da un desiderio all’altro. Da una dimensione all’altra, terrena/ultraterrena. E al centro della scena, come alla periferia, sempre lei, la personal shopper. Un’ottima Kristen Stewart riprende il ruolo di celebrity assistant che Assayas le aveva già assegnato nel precedente  Sils Maria . Stavolta, nei panni di Maureen Cartwright, è la galoppina per un’atelier design conosciuta come Kira. Gira l’Europa ritirando capi di abbigliamento, accessori e gioielli che l’altra poi indosserà. Per Maureen provarli è proibito, la cosa la fa soffrire parecchio. A tormentarla non poco è anche la recente perdita del fratello gemello, Lewis. Maureen aspetta di ricevere da lui un segnale che le faccia sapere che sta bene, che è in pace. Perché Maureen è una medium, proprio come lo era Lewis. Due lati apparentemente inconciliabili – il culto dell’apparenza da una parte, la ricerca di una realtà ultra-fenomenica dall’altra – indicano la bisettrice tematica, emotiva e poetica inseguita con affanno dal regista. Dimensioni che restano però solo giustapposte, creando perciò più di un grattacapo a chi (personaggio e spettatore) vorrebbe ricucirle a forza di espedienti. Maureen, personaggio ricco di mistero, desiderante, turbato e contraddittorio come il suo pigmalione, è un altro avvincente  doppio  nell’opera bifronte del francese. Che qui si spinge in territori inediti, nell’horror, nella ghost story, nello spiritualismo, nella paura dell’ignoto. È come se tutto il film si trovasse tra due forze, preso in mezzo. Ma preso in mezzo da chi ? Assayas non lo dice, traccia un cerchio, aprendo e chiudendo con la stessa domanda. Cosa c’è oltre i bordi dello schermo: un altro schermo? Il cinema è ancora il doppio della realtà o questa, in definitiva, è il doppio del cinema? E poi, è ancora il regista a domandarlo o il fantasma (del suo desiderio)? Personal Shopper  affascina e disturba perché si spinge oltre il patto conosciuto tra autore e spettatore, oltre lo stesso confine dell’opera d’autore, in definitiva oltre il cinema e la vita. La messa in abisso è qui letterale: c’è uno sguardo rivolto a uno sguardo che avanza a mosca cieco nel buio. Attirato e atterrito da quel nero che, potendo, inghiottirebbe tutto. È un tentativo folle, suicida quasi, di realizzare un film sul negativo. A memoria non ricordiamo un gesto cinematografico altrettanto solitario e coraggioso. Non si tratta più di dire della morte del cinema – e per estensione, dato il rapporto gemellare, del reale – ma di familiarizzare già con il suo fantasma (ma è davvero fraterno lo spettro che cerca Maureen, e con lei Assayas?). Così, non si procede più per segmenti narrativi o per raccordi di stile, ma balenando a intermittenza, inseguendo  lo sfarfallio tra dissolvenze in nero (e infine in bianco…). Film senza controcampo né fuoricampo, monologante e respingente. Terrificato più che terrificante, come proteso su un invisibile precipizio dove forse è ancora possibile scorgere cinema e vita, ma non più nelle forme e nei modi che conosciamo.

  • Corriere della Sera

    I segni dei medium sono un tema poco frequentato dal cinema francese. Una storia più confusa che eccentrica, con divagazioni sulle sedute spiritiche ed esoteriche di Victor Hugo che conversava con figure storiche del passato, e su Hilma Klimt, pioniera dell'astrattismo pittorico. Ma nel film dell'iconico autore francese, con gli spiriti si comunica attraverso sms, dunque è una trascendenza online col nostro tempo.

  • Corriere della Sera

    Assayas (...) non sembra interessato tanto alla logica della sua sceneggiatura quando a registrare il fascino della sua interprete, sballottata dagli eventi e dagli abiti di moda, dall'elaborazione del dolore e dal fascino per il soprannaturale. Ne esce un film ondivago e (molto) confuso, che vorrebbe raccontare la capacità del cinema di mostrare l'irrappresentabile e che invece finisce per essere solo la prova di un'ambizione esagerata.

  • Il Manifesto

    (...) 'Personal Shopper' è un film sorprendente anche nei suoi tentennamenti, nelle parti meno riuscite, in quegli inciampi narrativi o negli eccessi di genere in cui ritroviamo l'universo poetico del regista francese, accordati magari in modo meno compatto che altrove (penso a 'L'Heure d'etè') ma con lo stesso pudore, delicatezza, grazia visuale e soprattutto amore profondo per il cinema. (...) Assayas non propone risposte, le sue sono intuizioni, pensieri che proietta nella materia mobile e impalpabile delle immagini. Che cercano qualcosa di universale e nell'esperienza di ciascuno sempre nuovo, che permettono di inventare il mondo o almeno di illuminane le zone sensibili, quelle che sfuggono alle linee nette della realtà. (...) Certo, i mondi di Assayas non sono chiusi, non fabbricano certezze sfoggiando regie virtuose e istantanee del presente (...). Al contrario la potenza della sua messinscena è fatta di discrezione e morbidezza, epifanie improvvise come le apparizioni degli spettri che compongono un romanzo dell'umano. Maureen, la «personal shopper» più malvestita che si possa immaginare, con la sua andatura goffa, vagamente butch, che non osa provare gli abiti di lusso della sua capa - le è vietato - sa trovare sempre il dettaglio giusto: accessori, scarpe, ma su di lei quel vestito luccicante lo sente fuori posto quando lo indossa assecondando un gioco crudele. La sua solitudine silenziosa, immersa in spettri veri o presunti - più Kurosawa Kyoshi che i Ghostbuster - racconta con raggelata precisione lo stato d'animo del presente. Un sentimento dell'al di qua che sembra avere cancellato il corpo nell'immateriale tecnologico e nelle sue attrazioni, il sesso come gesto solitario: troppa realtà che nega persino la sua l'astrazione. Assayas però non è un moralista, la sua trama del presente affiora sempre da un gesto segreto, in quel dolore universale che cola lieve negli istanti di un tempo che è quello del cinema.

  • La Repubblica

    Da un certo punto di vista gemello del precedente 'Sils Maria', col quale condivide l'attrice Kristen Stewart e la riflessione sull'identità e l'apparire, 'Personal Shopper' (...) scantona ben presto in una bizzarra direzione, verso il thriller parapsicologico. (...) La trama può ricordare quella del giallo paranormale all'italiana anni 70, con quei copioni inverosimili, ma la regia è d'autore, controllata, precisa. Sfugge nel complesso il senso dell'operazione. Si capisce che c'è dietro un parallelismo tra i fantasmi e il mondo della comunicazione: tutti nel film si parlano in assenza, con Skype, e le immagini si moltiplicano sui cellulari. E del resto 'fotografare spettri' è qualcosa che somiglia all'impulso primigenio del cinema. Lo sfondo teorico però non è davvero coeso con il corpo del film, e (a parte la banalità dello scioglimento narrativo ) il mondo del soprannaturale sembra lontano dalle corde del regista.

  • Nazione-Carlino-Giorno

    In 'Personal Shopper' (...) ci sono eleganza, mistero e ingenuità. E il cocktail, alla fine, non risulta vincente. C'è eleganza, come sempre, nei film di Olivier Assayas, regista francese dalle origini complesse (...) e dal passato di critico cinematografico per i 'Cahiers du cinéma'. Inquadrature ben composte, dettagliate scenografie di François Labarthe che odorano di vita; una fotografia luminosa e calda. Una cinepresa che fa «sentire» la sua presenza, diresti quasi il suo respiro. Sapore di Nouvelle vague e di Bertolucci, nella Parigi in cui gran parte della storia si svolge. C'è mistero. Ci sono momenti di epifania. Attimi che ti fanno pensare che in quell'incrociarsi di luogo e tempo stia per rivelarsi qualcosa, un mondo diverso. Ma ci sono anche momenti di estrema, scombinata ingenuità. Aspetti quasi infantili nei dialoghi e negli eventi; trucchi da piccolo horror. E così, il mistero che il film accortamente costruisce rischia di sgonfiarsi come un palloncino bucato. (...) Tutto (...) può diventare un film allusivo o trash. E 'Personal Shopper' oscilla paurosamente tra le due cose.

  • Il Giornale

    (...) Olivier Assayas ha sfidato il ridicolo con una storia di spiritismo, fashion e sangue e dal ridicolo è stato sconfitto.

  • Il Messaggero

    (...) curioso thriller paranormale con Kristen Stewart (...) catapultata dentro una trama gialla che ha il torto di svolgersi a Parigi (fosse stata Tokyo o Seul nessuno avrebbe fiatato). Un film difficile da descrivere, dunque destinato a scontentare gli amanti del 'genere', ma che inchioda alla sedia proprio in virtù di una regia dietro cui si riconoscono le passioni di un ex-critico che per anni si è diviso tra il culto di Bergman e quello per il cinema di Hong Kong. A pensarci bene, un film perfetto per Cannes.

  • Corriere della Sera

    (...) un film (...) che riproduce lo schema di rivalità femminile di 'Sils Maria' ma traducendo la paura di vivere e morire in una spietata rappresentazione di un sopravvivere con inutili acquisti. Peccato che non decida bene quale film vuole, ma ci prenota un prossimo appuntamento esistenziale. Possibilmente sempre con Kristen Stewart che libera dai fantasmi inutili di 'Twilight' si dedica a quelli utili che ogni giorno ci fanno paurosa compagnia.

  • La Repubblica

    Quattro anni dopo 'Sils Maria', Olivier Assayas torna a far squadra con Kristen Stewart, questa volta protagonista di un film che è una partitura per attrice solista. (...) Tra spiritismo delle origini (si citano la pittrice Hilma af Klint e Victor Hugo) e spettri 2.0 (una critica ai messaggi vuoti dei telefonini?), Assayas mette la griffe a un film affascinante e respingente insieme. (...) 'Personal Shopper' slitta dal dramma intimista alla storia di fantasmi, al poliziesco, sgusciando via dai nostri sforzi di comprensione. Alcuni lo troveranno ostico, altri lo ameranno: però la sua atmosfera, strana e perturbante, non lascia indifferenti.

  • Il Mattino

    Pro e contro: «Personal Shopper» del francese Assayas è uno di quei film, oggi alquanto rari, che pare fatto apposta per incassare giudizi estremisti. (...) Già il genere in cui può essere collocato è tra quelli più rischiosi disponibili su piazza, e cioè una sorta di thrilling cerebrale che vira al soprannaturale tecnologico un po' come succedeva nell'exploit tornatoriano di «La corrispondenza». Evidentemente modellato a tavolino sull'androgina identità dell' ex vampira Stewart, il film sembra sguinzagliato sulle tracce della «personal shopper» che lavora a Parigi per un'esigente top model; ma poi, sfumato il tema del super materialistico mestiere dell'acquistare merci di lusso per conto di una militante del jetset, prevale quello delle pratiche medianiche attraverso cui la protagonista cerca il contatto con il defunto fratello gemello. Pro e contro: cioè fascino di un ambiguo Aldilà simbolistico o ridicolo del narcisismo trapiantato nel mondo degli spettri.

  • Il Fatto Quotidiano

    Che cosa significhi, ancora oggi e nonostante tutto, la parola cinema d'autore, d'essai, 'arthouse' o quel che vi pare lo dice bene 'Personal Shopper' di Olivier Assayas. Regista di culto ma non per pochi, autore e però democratico, sperimentatore indefesso ma senza campana di vetro, il francese classe 1955 ha fatto di Kristen Stewart la sua nuova musa. Soprattutto, ne ha fatto un'attrice. (...) il film (...) è tutto poggiato sulle sue spalle, sulla sua prima persona singolare o, al più, fantasmatica. (...) Non è un film perfetto, 'Personal Shopper', e per questo ancor più prezioso, fragile e condivisibile. Da una boutique all'altra, dalla dimensione terrena a quella ultra, Maureen/Kristen conduce il cinema di Assayas verso l'ennesima trasformazione di stato, interrogativo ontologico (il cinema raddoppia la realtà, o viceversa?), esplorazione per generi, registri e ascendenze ('ghost story', 'thriller', 'horror', 'Bildungsroman', Hitchcock). La sceneggiatura, esile e aporica, frulla Victor Hugo e la misconosciuta Hilma Af Klint, spiritismo e Millennial, Hegel e la società dello (post-)spettacolo, la fascinazione sa di perturbante e disturbante e Kristen Stewart è una Bella riscoperta: già, Olivier Assayas fa un cinema che si guarda e uno che ci riguarda. Possiamo perderci in entrambi.

  • Il Messaggero

    Eccezionale incrocio tra cinema d'autore e ghost story, psicologia e metafisico, Europa (Assayas) e Hollywood (Stewart). 'Personal Shopper' ci ha ricordato il capolavoro ibrido 'Elle' per questo elegante, e profondamente colto, incontro di mondi e modi di fare cinema dove la sottrazione e la metafora europea sposa il gusto per lo show horror tipicamente americano (anche Kubrick fece due versioni di 'Shining' dove i fantasmi erano più o meno letterali sullo schermo a seconda del pubblico Ue o Usa). L'ex critico Assayas cita e gioca con grande divertimento, ma non è mai stucchevole. La Stewart (mai cosi brava la star di 'Twilght') è piena di tic e si muove a scatti, ma non è mai meccanica. Il loro sodalizio autore-diva raggiunge, dopo 'Sils Maria', vette ancora più alte (...). Il film è fantastico. Soprattutto se non avete paura di un finale enigmatico e sfuggente. Come un fantasma.

  • Libero

    Piacerà a chi segue da anni Assayas e non è stato (quasi) mai deluso. Qui è forse al suo meglio in una storia di ricerca ossessiva dell'identità. Ricerca senza sbocco. Come avviene quasi sempre anche fuori dal cinema.

  • Nazione-Carlino-Giorno

    E' la Stewart, catalizzatrice di inquietudini del visibile e dell'invisibile, bravissima concertista su note gravi e acute, a tenere lo sguardo impegnato nel paradosso del paranormale mentre nel reale un fatto di sangue va a infilare una spiegazione deludente. Sofisticato e involuto, depistante e intellettuale, è quel che si dice un film in cui meno si capisce più si apprezza.

  • Il Giornale

    Un po' horror, molto thriller, decisamente lento e cerebrale. Sei tu o sono io? E' il filo conduttore del film, ma viene da farsi la stessa domanda sulla Stewart, qui bravissima. Possibile che sia la stessa attrice di 'Twilight'?

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