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Pelé

  • Uscita:
  • Durata: 107min.
  • Regia: Jeff Zimbalist, Michael Zimbalist
  • Cast: Vincent D'Onofrio, Kevin de Paula, Leonardo Lima Carvalho, Colm Meaney, Diego Boneta, Rodrigo Santoro, Seu Jorge, Felipe Simas, Mariana Balsa, Seth Michaels, Vivi Devereaux, Milton Gonçalves, Thelmo Fernandes, Marcus-Vinicius DeFaria, Julio Levy, Mariana Nunes, Rafael Henriques, Roger Haag, Charles Myara, Jerome Franz
  • Prodotto nel: 2016 da IMAGINE ENTERTAINMENT, SEINE PICTURES
  • Distribuito da: M2 PICTURES
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Film non più disponibile nelle sale

TRAMA

L'incredibile storia vera del leggendario giocatore di calcio brasiliano Edson Arantes do Nascimento, universalmente noto come Pelé, che da semplice ragazzo di strada raggiunse la gloria, appena diciasettenne, trascinando la nazionale brasiliana alla vittoria del suo primo mondiale nel 1958 e diventando poi il più grande calciatore di tutti i tempi vincendo altre due Coppe del Mondo. Nato in povertà, affrontando un'infanzia difficile, Pelé ha usato il suo stile di gioco poco ortodosso e il suo spirito indomabile per superare ogni tipo di ostacolo e raggiungere la grandezza che ha ispirato un intero Paese, cambiandolo per sempre.

Dalla critica

  • Cinematografo

    È sempre stato un duro compito quello di provare a raccontare il calcio attraverso il cinema. Di conseguenza, riuscire nell’affresco sulla (formazione) della più grande leggenda calcistica mai esistita è esercizio forse ancora più arduo. Non sfugge alla tradizione il biopic scritto e diretto dai giovani Jeffrey e Michael Zimbalist, già autori di alcuni documentari sul Brasile come Favela Rising . E partono proprio dalle polverose stradine di Bauru per raccontarci l’infanzia di Edson Arantes do Nascimento, soprannominato Dico, solamente anni più tardi universalmente noto come Pelé . Gli amichetti di strada, il pallone di stracci, il primo torneo dove – a nove anni – viene notato dal leggendario Waldemar de Brito (cosa che in realtà avvenne più avanti) che, qualche anno più tardi, lo portò nelle giovanili del Santos. L’arrivo in prima squadra avviene solo dopo una stagione, il ragazzo ha sedici anni. Ed è il capocannoniere del campionato Paulista. Nel ’58, infine, la definitiva consacrazione, ai mondiali di Svezia. Convocato dal ct Feola (Vincent D’Onofrio), Pelé disputa la prima partita contro l’URSS nella fase a gironi. Era il più giovane del torneo e il più giovane ad aver mai giocato una partita della fase finale della Coppa Rimet. Il primo goal arriva il 19 giugno contro il Galles. Ma è nella semifinale contro la Francia, il 24 giugno, che il mondo si accorgerà definitivamente di lui: tripletta e risultato finale di 5-2. In finale, contro la favoritissima Svezia di Liedholm e Hamrin, il Brasile vince con un altro 5-2, con doppietta di Pelé. Che, ancora oggi, detiene il record di marcatore più giovane della storia del torneo (17 anni e 239 giorni), oltre ad essere ancora oggi l’unico giocatore ad aver vinto tre Mondiali: 1958, 1962, 1970. Pelé Superata (con difficoltà) l’impasse iniziale di sentir parlare in inglese bambini e abitanti delle favelas, proviamo ad entrare nella storia di questo ragazzino che, già a nove anni, scorrazza per le stradine del quartiere palleggiando in ogni modo possibile e immaginabile insieme ai compari neanche fossimo in uno degli spot più improbabili della Nike anni ’90. Capiremo poco più avanti che il nocciolo della questione è proprio quello relativo alla ginga , l’elemento chiave alla base della vera anima del calcio brasileiro: accusata di aver perso per quel motivo la dolorosissima finale del 1950 del “Maracanazo” contro l’Uruguay, oltre alla fallimentare spedizione in Svizzera del ’54, la Seleçao del 1958 era chiamata a dimostrare di saper giocare al calcio “appiattendosi” sui dogmi e i pragmatismi delle ben più disciplinate compagini europee. Ma uno come Pelé avrebbe dimostrato che l’unico modo per essere più forti sarebbe stato quello di esaltare le proprie caratteristiche, non tentare tristi emulazioni di qualcosa che ai verde-oro non sarebbe mai appartenuto. Peccato però, che anche qui, il film quasi ridicolizzi aspetti come il 4-2-4 studiato da Feola per far coesistere Didì, Vavà, Pelè e Garrincha, mostrando dapprima una squadra incapace di fare due passaggi di seguito, poi esaltandone aspetti à la globetrotter, funambolismi degni dei migliori freestyler capaci di arrivare in porta solo attraverso impossibili tricks, francamente poco credibili in una finale mondiale. Poi certo, per carità, solo il genio calcistico di uno come Pelé poteva tirar fuori dal cilindro quello stop di petto su cross da sinistra, sombrero ad un avversario e tiro imparabile sull’angolino basso: tutto al volo, senza mai far cadere la palla a terra. Ma non serviva un film così finto a ricordarcelo. Film capace anche di inventare di sana pianta un’atavica rivalità tra Altafini e Pelé, nata addirittura negli anni d’infanzia, con la madre della futura “perla nera” umile serva in casa del primo. Che in realtà era di poverissime origini anche lui, cresciuto poi a 300 chilometri di distanza da Bauru. Ma, si sa, la finzione a volte non conosce vergogna. E per rendersi più “autentica” prova ad infilare il vero Pelé in una scena dove – nella hall di un albergo – sembra dare la propria benedizione al suo più giovane alter ego.

  • La Repubblica

    Smaccatamente agiografico con un risultato pomposo e ridicolo. Peccato.

  • Il Manifesto

    La scelta ambiziosa e vincente dei registi (...) è di concentrarsi sull'ascesa di una superstar, in grado di passare dalla povertà assoluta alla gloria internazionale in soli diciotto mesi (perciò il titolo originale 'Pelé: Birth of a Legend'). Su quelli e sulle stagioni precedenti di un bambino che giocava scalzo in campetti improvvisati con una palla fatta di stracci e con la stoffa delle tende per maglietta. (...) il creativo direttore della fotografia Matthew Libatique (...) sceglie di puntare sulla sensazione del movimento, su colorate sequenze dall'alto e poi ravvicinate, sui dettagli delle triangolazioni per illustrare l'innocenza originaria del futebol, quella carica di piacevole agonismo, il bellissimo sport preferito. Al di là di qualche inevitabile stereotipo nella squadretta di pulcini (con l'occhialuto e il ciccione, le marachelle quotidiane e un avvenimento drammatico) (...). Pensato come omaggio alla World Cup 2014, disputatasi in Brasile, ma finito in ritardo, il film rievoca il difficile clima internazionale, tra brevi sequenze d'epoca e dichiarazioni forzate (e un po' inventate per condire la vicenda), che accompagna la Seleção nel torneo iridato. La sequenza travolgente è nello storico hotel di lusso di Stoccolma, prima della finale, con tutta la squadra che esegue veroniche, rabone, tunnel e giocate di sponda tra i corridoi e la cucina dell'albergo (fin troppo somigliante allo spot promozionale Nike Airport '98, quello con Ronaldo e Romano che ingannano l'attesa in aeroporto con tiri al volo, stop impossibili tra doganieri e turisti).

  • L'Unità

    Partiamo da un dato che potrebbe sembrare opinabile ma che cent'anni di storia del cinema (e dello sport) hanno reso inoppugnabile: il calcio non è rappresentabile. È uno sport quasi unico, in questo: molti bravi attori sono riusciti a sembrare pugili autentici, mentre non esistono sostanzialmente attori che sappiano giocare a pallone sullo schermo in modo credibile. Kevin De Paula potrà fare tutti gli sforzi del mondo, nell'interpretare Pelé, ma non c'è niente da fare. (...) a meno di girare un film in cui Pelé interpreta Pelé (e oggi dovrebbe interpretarlo all'età di 70 anni e passa), fare un film su Pelé è impossibile. Con buona pace di Jeff e Michael Zimbalist, i registi del lavoro in questione.

  • Il Messaggero

    Se vi vengono gli occhi lucidi ogni volta che rivedete Pelé effettuare quella rovesciata al ralenti alla fine di 'Fuga per la vittoria' (...), non perdete questo mezzo biopic su Edson Arantes Do Nascimento, in arte Pelé. Mezzo perché la vita del ragazzino che palleggiava nelle favelas con manghi e arance viene raccontata fino a quella mitica finale del Campionato del mondo in Svezia del 1958. (...) Bel film. Semplice e diretto come la rivalità tra i giovani compagni di squadra Pelé e Altafini (...).

  • Libero

    Piacerà ai fanatici del calcio che fu (le rievocazioni hanno momenti ottimi) e a coloro che amano vedere al cinema le belle storie di riscatto sociale (un ragazzo nato per perdere che diventa l'emblema della vittoria). Disturberà un poco chi ha un ricordo diverso dal film di altri grandi (Altafini, Liedholm, Garrincha).

  • Il Fatto Quotidiano

    A ribadire che il calcio al cinema non funziona (quasi) mai, ecco 'Pelé', scontata success-story dalle stalle (favelas) alle stelle, unanimemente dileggiata dalla critica. Tenuto a battesimo dal produttore hollywoodiano Brian Grazer, maldestramente diretto dai fratelli Zimbalist e 'impreziosito' dal cammeo dello stesso Pelé, è un biopic sul calcio fatto coi piedi.

  • Il Giornale

    Passabile biografia di un campionissimo del calcio, che si sofferma a lungo sugli anni dell'infanzia nelle favelas attorno a Rio. Però quanti svarioni. I cartellini gialli e rossi furono introdotti nel Mondiale del '70, non potevano già esserci in quelli del '58, dove esordì il diciassettenne Pelé. Il film poi sostiene che nella finale di Stoccolma era favoritissima la Svezia. Invece era più che scontata la vittoria del Brasile. Che infatti trionfò, per 5-2, non per 5-1 come viene fatto credere allo spettatore.

  • Avvenire

    Un film buono, ma per i bambini di oggi, un po' meno per quelli cresciuti con i cartoon calcistici degli anni 80 di 'Holly e Benji' o per la generazione successiva degli affezionati agli 'Shaolin Soccer'. Il resto del mondo non rimarrà molto colpito dalla pellicola, se non dalla 'Ginga'. Il movimento danzante, da Capoeira, che pare abbia ispirato l'apprendistato tecnico del piccolo "Dico". Le scene più belle di Pelé (...) sono infatti quelle della Ginga esibita dai "Senza scarpe", i bambini e compagni di squadra di "Dico", capaci di palleggiare per ore con dei palloni fatti di stracci senza farli cadere in terra. (...) II film degli Zimbalist strappa qualche risata e la lacrima a tratti accarezza la palpebra. (...) II piccolo "Dico" da sempre attraversa il mondo, e adesso lo farà ancora di più con questo film imperfetto, come del resto è il percorso di ogni uomo, Pelé compreso. Ciò che rimane dopo la parola "Fine" è la magia di un pallone e l'atmosfera indelebile dell'appartenenza a una squadra che su un prato, d'incanto, spesso diventa popolo ed è capace di fermare il tempo.

  • Nazione-Carlino-Giorno

    Efficace la ricostruzione della schiavitù di uomini, donne e bambini (un coretto biondo per l'orco) mantenuta con pasticche ed elettroshock, ma la fiction della coppia (un fotografo e una hostess) in fuga dall'invalicabile perimetro non ha la complessità necessaria, imita alla svelta il film carcerario, sbriga un finale con scarse spiegazioni. Tenebroso il guru Nyqvist, vittime di sceneggiatura incompleta la Watson e Brühl.

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