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Man in the Dark

  • Uscita:
  • Durata: 88min.
  • Regia: Fede Alvarez
  • Cast: Stephen Lang, Dylan Minnette, Jane Levy, Daniel Zovatto, Sergej Onopko, Jane Graves, Jon Donahue, Katia Bokor, Christian Zagia, Emma Bercovici
  • Prodotto nel: 2016 da SAM RAIMI, ROB TAPERT E FEDE ALVAREZ PER GHOST HOUSE PICTURES, GOOD UNIVERSE, SONY PICTURES ENTERTAINMENT
  • Distribuito da: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
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TRAMA

Decisa a fuggire dalla dispotica madre e a salvare la sorellina da una sorte misera ed inevitabile per entrambe, Rocky farà di tutto per riuscire nell'impresa. Lei e i suoi amici Alex e Money hanno già messo a segno una serie di furti elaborati in vari appartamenti, per racimolare abbastanza denaro da potersi lasciare alle spalle la loro città disgraziata, Detroit. Ad ogni modo, i loro piccoli crimini hanno fruttato poco finora e così quando vengono a sapere di un cieco che vive solo in un quartiere abbandonato e che ha nascosta in casa una piccola fortuna, i ragazzi decidono di mettere a segno il loro colpo più grande e definitivo. Ma il loro piano fallisce in modo pericoloso quando la loro vittima si dimostra essere più temibile di quanto si aspettassero. Mentre li insegue senza sosta attraverso la sua casa altamente fortificata, i ragazzi scoprono con orrore che il cieco nasconde ben altro oltre ai soldi.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Sam Raimi ci aveva giusto quando nel 2013 aveva affidato a un giovane filmaker uruguayano il remake di un suo film di culto, La casa .  Fede Alvarez non aveva sfigurato allora e non delude nemmeno adesso che torna sulla scena – sempre insieme a Raimi come producer – con un thriller inedito, scritto e diretto da lui. Man in the Dark non avrà il pregio dell’originalità ma è cattivissimo e tiene inchiodati alla poltrona dall’inizio alla fine. Il suo sporco lavoro lo sa fare bene. Più che una variazione sul tema “caccia al cieco” – fortunato sottogenere rigorosamente in interni e doverosamente claustrofobico, che parte da Terrore cieco  di Fleischer, con un’indimenticabile Mia Farrow, e arriva fino a Il terrore del silenzio ( Hush ) della generazione Netflix – trattasi di vero e proprio ribaltamento, con la vittima predestinata che si rivelerà lo spietato carnefice e quest’ultimo – questi ultimi: sono tre giovani ladruncoli – che si riscoprirà l’agnello sacrificale. Alvarez sfrutta praticamente ogni situazione possibile per mantenere la tensione a un livello accettabile, variando finché può trovate e colpi di scena, affondando qua e là la lama con un paio di momenti shock (da urlo quello “inseminazione”) e allentando solo per ripartire più forte. Dimostra cioè una padronanza dello spazio scenico e dei tempi della suspense non comuni a un classe ’78 al suo secondo lungometraggio. A suo favore va ascritta anche la cura meticolosa con cui caratterizza i personaggi, non rassegnandosi mai a farne dell pedine di un gioco al massacro ma conferendo a ciascuno di loro ( o quasi) un tratto, una personalità, un’ambiguità, squisitamente umane. Il film pone doppiamente lo spettatore in una posizione scomoda, perché prima gli fa credere di essere il carnefice e poi gli ricorda che è la vittima, e viceversa, costringendolo insomma a fare i conti con un’indecidibilità morale che perdura fino alla fine. Bene la direzione del cast, tutti attori bravi e semisconosciuti (Stephen Lang, Jane Levy, Dylan Minnette), suggestiva la stratificazione testuale con i vari sottotemi che si intrecciano – il confronto generazionale (il vecchio veterano del Vietnam che dà una lezione a tre giovani nullafacenti), la cornice economica (siamo nella depressa Detroit), la questione di gender (assisistiamo sottotraccia allo scontro finale tra il femminismo rampante e il vecchio mondo patriarcale) –  un po’ forzata la verosimiglianza, con la trama arricchita forse di troppe rivelazioni e di twist. Efficaci, ma non sempre e non del tutto necessari.

  • Il Giornale

    Più che un horror, come viene spacciato, quello di Fede Alvarez è un gran thriller, ben diretto, che si porta in dote tanta suspense, ansia, colpi di scena e tensione continua. L'unico vero mistero irrisolto di questo film è come sia possibile che il titolo originale 'Don't Breathe' sia stato «tradotto» in 'Man in the Dark'.

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