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Il Clan

  • Uscita:
  • Durata: 108min.
  • Regia: Pablo Trapero
  • Cast: Guillermo Francella, Peter Lanzani, Lili Popovich, Gastón Cocchiarale, Giselle Motta, Franco Masini, Antonia Bengoechea, Stefanía Koessl, Fernando Miró, Juan Cruz Márquez De La Serna
  • Prodotto nel: 2015 da HUGO SIGMAN, MATÍAS MOSTEIRÍN, AGUSTÍN ALMODÓVAR, PEDRO ALMODÓVAR, ESTHER GARCÍA, PABLO TRAPERO PER KRAMER & SIGMAN FILMS, MATANZA CINE, EL DESEO, IN COPRODUZIONE CON TELEFÉ, TELEFONICA STUDIOS
  • Distribuito da: 01 DISTRIBUTION
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TRAMA

Argentina, primi anni Ottanta, in una tipica villetta famigliare nel caratteristico quartiere di San Isidro. È qui che abita e opera il malvagio clan autore di rapimenti e omicidi guidato da Arquímedes Puccio, il patriarca che pianifica tutte le operazioni. Alejandro, il figlio maggiore, è un campione di rugby che gioca con la prestigiosa squadra CASI e con la nazionale dei "Los Pumas". Grazie alla sua popolarità che gli permette di evitare ogni sospetto, è Alejandro che, soggiogato dal padre, individua i possibili bersagli dei rapimenti. Ma non è il solo componente della famiglia a essere coinvolto. Ciascuno a proprio modo, tutti i familiari sono complici delle spaventose azioni perpetrate dal clan, beneficiando degli ingenti riscatti pagati dalle famiglie delle vittime. Basato sulla vera storia della famiglia Puccio.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Tra i mostri partoriti dalla dittatura argentina segniamoci anche una famiglia rispettata e all’apparenza tranquilla, i Puccio, in realtà un’anonima sequestri che si lasciò dietro una lunga scia di sangue nei primi anni ’80. El Clan di Pablo Trapero ricostruisce con dovizia di particolari la sua storia a partire dalla deposizione della giunta militare e l’avvento della democrazia. Il capo-famiglia, Archimede (l’ottimo Guillermo Francella), era membro dei servizi di sicurezza dell’ex dittatura e godeva di una rete di protezioni politiche che gli consentirono di agire impunito e prosperare a lungo. I suoi metodi erano stati pensati e avallati dal precedente governo, dovevano perciò apparire normali a lui e alla sua famiglia. Il film di Trapero gioca proprio su questa stridente contrapposizione tra la mostruosità dei crimini commessi dai Puccio e il modo in cui la famiglia li assimila nella propria routine quotidiana, concependoli come un’abitudine tra le tante, una delle tante incombenze che scandiscono una giornata, tra la colazione e la tv da guardare insieme la sera sul divano. E a sottolineare la “leggerezza” con la quale certe faccende venivano sbrigate, Trapero si diverte a immergere le scene più efferate nel sound energico e spensierato di alcune tra le hit di maggiore successo degli anni ’80, o a montarle parallelamente con situazioni più banali. Pur essendo un film corale, El clan si focalizza principalmente sul rapporto tra il pater familias e il primogenito Alexander (Peter Lanzani), usato spesso come esca per le vittime e tra i figli il più intimamente lacerato. Trapero però si guarda bene dal dare una sterzata sentimentale, psicologica o morale all’epopea criminale della famiglia Puccio, preferendo mantenere un approccio puramente narrativo, interessato più a intrattenere che a turbare lo spettatore. Nonostante le connessioni storiche e la precisa ricostruzione d’epoca, El Clan si rivela in definitiva un film di genere che si segue senza fatica e si dimentica altrettanto facilmente.

  • Il Tempo

    L'orrore che travolse per anni l'Argentina fino a quando l'elezione libera e democratica di Raúl Alfonsín spazzò via tutte quelle atrocità. Ne abbiamo viste tante al cinema di quelle atrocità, firmate da registi argentini ma anche da italiani o internazionali perché il tema non poteva non interessare qualsiasi coscienza civile. Adesso però, a differenza degli altri film sull'argomento - i 30.000 desaparecidos, quelle uccisioni dei democratici buttati in mare da un aereo - questo (...) diretto dal regista argentino Pablo Trapero (...) ci espone l'orrore a domicilio, quasi ancora una volta volesse dibattere sulla terribile 'banalità del male'. Il film di Trapero però non sosta neanche un istante a 'dibattere', 'mostra', come teorizzava il nostro Rossellini, e lascia allo spettatore - sia italiano sia argentino - di ragionare individualmente su queste atrocità. Certo, appunto, le abbiamo incontrate anche in altri film, ma qui sono più dirette, oserei dire più intime (...). Forse il film migliore sulla dittatura dei militari in Argentina (e ne abbiamo visti dei bellissimi, spesso anche strazianti). Completa i suoi meriti una interpretazione particolarmente attenta e studiata. A cominciare da quella del protagonista, Guillermo Francella, il Padre. La faccia giusta per rappresentare il Male e chi, quasi con innocenza, lo serve.

  • Il Messaggero

    Metamorfosi d'autore. Abbiamo scoperto l'argentino Pablo Trapero ai tempi del bellissimo 'Mundo Grua', che impreziosì la Settimana della Critica a Venezia nel remoto 1999. Lo ritroviamo quasi vent'anni dopo con un film di puro e irresistibile racconto che può sembrare l'opposto di quel poetico debutto in bianco e nero, ma forse porta a compimento un percorso insieme artistico e esistenziale. (...) 'El Clan' sarà più tradizionale nella forma ma non sbaglia un colpo rievocando la storia sordida e verissima del 'clan Puccio' (...) un impagabile Guillermo Francella (...). Da brivido: e con dettagli autentici da 'black comedy' (...) che rendono tutto ancora più incredibile e inquietante.

  • Avvenire

    E' cosa nota che i rapimenti siano stati in Argentina uno strumento di controllo politico durante la dittatura militare, al termine della quale si contarono circa trentamila sparizioni. Pochi sanno però cosa accade negli anni immediatamente successivi, quando si cominciò a parlare dei desapaceridos vittime della repressione militare, ma di gente ne spariva ancora. La grande idea di Pablo Trapero è quella di rievocare con 'II clan' (...) un doloroso fatto di cronaca che trent'anni fa segnò profondamente il suo Paese per raccontare gli ultimi sussulti di un regime che aveva appena lasciato il posto a una fragilissima democrazia, dove persisteva un clima di grande impunità. (...) II regista costruisce il suo teso, disturbante romanzo criminale pensando a Scorsese e De Palma e ci mostra la banalità del male dal punto di vista degli aguzzini, riflettendo su quante atrocità possono commettere le cosiddette persone normali. (...) Ci sono voluti molti anni di ricerche perché il regista, che nel 1985 aveva quattordici anni, riuscisse a portare a termine un progetto al quale pensava da tempo. Non esiste una documentazione accurata degli eventi, non c'è materiale ufficiale, e le cronache sono piuttosto sporadiche. Nessuno dei Puccio ha accettato di parlare (Arquímedes avrebbe voluto, ma è mono prima di riuscire a farlo) e l'aiuto più prezioso è arrivato dai vicini di casa che furono testimoni ai processi e dai parenti delle vittime. Arquímedes (...) ha il volto glaciale di Guillermo Francella, icona comica nazionale sapientemente trasformata, e non solo dal trucco, in un mostro psicopatico a sangue freddo. Trapero maneggia la rischiosa materia con mano sicura, innesta nella narrazione una vena di amara ironia e traccia un ritratto lucido e asciutto di un uomo al di sopra di ogni sospetto, senza mai lasciarsi tentare neppure per un istante dal fascino del male. II pubblico non sarà mai dalla parte di Arquímedes, ma non potrà fare a meno di amare questo film capace di raccontare una delle più oscure pagine della recente storia argentina e di ricordarci quanto queste vicende di ordinaria violenza siano ancora pericolosa-mente possibili.

  • Il Fatto Quotidiano

    Storia vera e metonimia dell'Argentina 'in transizione', quella dei Puccio ha affascinato il talentuoso regista Trapero nonché i suoi produttori, Pedro e Agustín Almodóvar, che hanno confezionato un'opera senza maiuscole ma di sicuro interesse.

  • Libero

    Piacerà a chi ama le storie di malavita come le fa Martin Scorsese (che tra un della e l'altro ama riprendere i suoi delinquenti tra le pareti di casa quando mangiano bevono e scherzano come brave persone). Trapero non è Scorsese, ma non è troppo indietro (e difatti l'hanno premiato per la regia all'ultimo festival di Venezia).

  • Il Giornale

    II film, ottimamente interpretato, è tratto da una storia vera, preciso ritratto di quel momento storico.

  • La Repubblica

    (...) una incalzante, stordente, avvincente 'crime story' su una famiglia vera e fatti davvero accaduti (...). Come ha scritto il 'New York Times', il film è uno studio sulla banalità del male ma anche sul male della banalità, espresso soprattutto dall'Arquímedes di Guillermo Francella, celebrità in Argentina, faccia spietata e paterna, sguardo gelido e affettuoso, voce, in originale, pacata e minacciosa, che non dovrebbe essere doppiata. (...) Nell'ultima parte del film c'è una serie di colpi di scena che fanno battere il cuore. (...) Non perdetelo.

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