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I miei giorni più belli

  • Uscita:
  • Durata: 120min.
  • Regia: Arnaud Desplechin
  • Cast: Quentin Dolmaire, Lou Roy-Lecollinet, Mathieu Amalric, Dinara Droukarova, Cecile Garcia-Fogel, Françoise Lebrun, Irina Vavilova, Olivier Rabourdin, Elyot Milshtein, Pierre Andrau, Lily Taieb, Raphaël Cohen, Clémence Le Gall, Théo Fernandez, Anne Benoît, Yassine Douighi, Eve Doé-Bruce, Mélodie Richard, Éric Ruf, Antoine Bui, Ivy Dodds, Timon Michel
  • Prodotto nel: 2014 da WHY NOT PRODUCTIONS, FRANCE 2 CINÉMA
  • Distribuito da: BIM (2016)
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Film non più disponibile nelle sale

TRAMA

Paul Daedalus lascia la sua terra, il Tagikistan. Con sé porterà i ricordi legati alla sua infanzia a Roubaix, alla follia della madre, al fratello Ivan, ai suoi sedici anni, a suo padre - vedovo inconsolabile -, al viaggio in URSS dove è stato costretto a vivere clandestinamente, ai suoi studi a Parigi e all'incontro con il Dottor Behanzin, da cui è nata la passione per l'antropologia e la filosofia. Ma soprattutto, Paul ricorda Esther, l'amore della sua vita...

Dalla critica

  • Cinematografo

    Che bel film, Trois souvenirs de ma jeunesse , in Italia I miei giorni più belli . Ci vuole un po’ per entrarci e orientarsi. Ma quando ci sei dentro non sai che fare (come diceva la canzone) se non ammirarlo. Quando ci sei dentro puoi solo lasciarti andare, seguire la corrente, farti portare dove è giusto andare. 1 – Nomi . Il protagonista si chiama Paul Dedalus. E il film è labirintico, con innumerevoli svolte, ritorni, avanzamenti, soprassalti, incroci, biforcazioni. Dedalus fa venire subito in mente Joyce e il suo Ritratto dell’artista da giovane  (1916, l’edizione italiana dell’Adelphi si intitola proprio Dedalus ), protagonista uno Stephen Dedalus semiautobiografico, come deve essere anche questo Paul Dedalus rispetto a Desplechin, con i suoi anni di formazione dedalica, con domande esperienze rimpianti fallimenti e passi e salti, a lato, all’indietro, in avanti. 2 – Libri . Oltre al Dedalus  di Joyce, nel film vengono anche nominati Ulisse (“Il bell’Ulisse torna a Itaca”, gli dice una donna quando Paul torna in patria) e indirettamente il libro di Joyce, poi Le avventure di Gordon Pym  di Edgar Allan Poe, romanzo di avventure antartiche prossime al delirio, la poesia di Yeats Among School Children , L’interpretazione dei sogni  di Freud in versione originale tedesca, Solgenitsin, Lenin, le opere di Platone nell’edizione critica delle Belles Lettres , i libri di Margaret Mead e di Claude Lévi-Strauss perche Paul Dedalus, da grande, è antropologo. E fin da piccolo è uno che legge molto. 3 – Tempo . Desplechin mette come titolo al suo film un innocente Tre ricordi della mia giovinezza . In realtà i ricordi sono molti di più, un’infinità, una marea di ricordi a ondate successive. Diviso in capitoli, il film parte dall’infanzia di Paul, passa al suo viaggio in Russia, a Minsk, all’incontro e alla lunga storia con Esther, fino al Paul uomo fatto (Mathieu Amalric). Chi è Paul? Difficile dirlo e il film non vuole certo rispondere alla domanda. Paul è Paul ed è tanti Paul. Paul è, per esempio, Amalric che è passato da un film all’altro di Desplechin. Paul è l’antropologo che studia le culture lontane, quelle del Benin soprattutto e del Tagikistan: quando arriva all’aeroporto di Parigi viene portato in una stanza sotterranea verdastra dove è interrogato sulla sua identità da un agente della DGSE, Direction Générale de la Securité Extérieure, in un’atmosfera da guerra fredda e da film di spionaggio: perché Paul, come minimo, è doppio, visto che in quel viaggio scolastico in Russia ha dato il suo passaporto a un ebreo perché espatriasse in Israele. 4 – Vita . Paul è almeno tanti Paul quante sono state le varie epoche della sua vita. Trois souvenirs de ma jeunesse  non è uno di quei biopic che prendono in carico la vita di un personaggio, la raccontano per filo e per segno, sostengono la linearità di un percorso e lo svolgersi di un filo senza strappi. Il viaggio di Dedalus/Ulisse è segmentato, mosso, abitato da incontri e scontri, è raccontato da Desplechin con intensità, scarti e sobbalzi da giocoliere. La vita non è un lungo fiume tranquillo. 5 – Amori . Esther è la ragazza che sa cos’è il vivere e dalla quale lui vuole imparare a vivere. Tormenti appassionati, lettere amorose, il muro di Berlino che cade, gli studi di antropologia dei popoli lontani con la meravigliosa professoressa nera Behanzin, nome di un re africano senza regno, eroe della resistenza anticoloniale. Amore è relazione, rapporto e sofferenza, gelosia e abbandono, ritorno e riunione e perdita. Paul ha tante cose da imparare in questa antropologia del vicino: della vicinissima Esther. 6 – Stile . Desplechin racconta con straordinaria vivacità. Sembra girare e danzare intorno a Paul e alla sua vita, non vuole soffocarlo in una andatura ritmata e uguale, corre e rallenta, si ferma e riparte. Paul vive in un vortice

  • Il Messaggero

    Estate, stagione di capolavori. A volte è quando i cinema si svuotano che gli schermi accolgono le immagini più originali, le storie più folli, i registi più inclassificabili. Quest'anno (...) tocca a Desplechin (...), autore di una decina di film che mescolano gioiosamente invenzione e autobiografia, dramma e commedia, splendore e bizzarria (...). Incorniciati da un prologo e da un epilogo in cui Dedalus adulto ha i tratti sardonici di Amalric, questi tre ricordi corrispondono a un'infanzia ribelle (...); a un'adolescenza errabonda (...); infine a una giovinezza avventurosa, in senso sentimentale, che occupa la maggior parte del film. E coincide col grande amore per Esther (...), magnifica figura di ingenua sfrontata, vulnerabile quanto pericolosa, deliziosa anche se lontana dagli odiosi canoni della bellezza codificata, con cui Dedalus intreccia una delle più intense, imprevedibili storie d'amore viste al cinema da anni. (...) non c'è dialogo, scena o immagine che non sorprenda per originalità e insieme verità. Come in quei grandi romanzi capaci di inventare quella vita tumultuosa che tutti avremmo voluto, e insieme di renderla così vicina alle nostre da farci ritrovare qualcosa di familiare in ogni passaggio. Il tutto anche grazie a un cast di giovanissimi sconosciuti e folgoranti. (...) Questa vita spesa tra Parigi e Roubaix, i deserti del Tagikistan e i caffè del Quartiere latino, è una meraviglia di inventiva e di libertà, personale e narrativa. Testimonianza di una cultura sempre più minoritaria, dunque preziosa.

  • Il Manifesto

    'I miei giorni più belli' è al tempo stesso un prequel e un sequel di 'Comment je me suis disputé ... (ma vie sexuelle)' (1996). Ritroviamo Matthieu Amalric nel ruolo di Paul. Con vent'anni di più sul viso. Perfetto per il sequel. Scopriamo due bravissimi nuovi attori: Quentin Dolmaire e Lou Roy-Lecollinet, nelle parti rispettivamente del giovane Paul e della giovane Esther. È la loro fragilità e bellezza a dare corpo e sensualità al viso segnato del vecchio Paul. Questa logica, per cui quello che viene dopo sembra più originale rispetto a quello che lo precede, è l'architettura di tutto il cinema di Desplechin; che non si basa mai sull'azione (nel senso del dramma) ma sempre sulla riflessione, autoanalisi, memoria. E' la memoria che dà la forma al suo cinema e che spinge la storia a risalire la corrente della vita in cerca della foce di tutte angosce. Ne esce fuori una materia singolare, privata e cinematografica al tempo stesso.

  • Il Fatto Quotidiano

    II regista francese 'specialista' in ritratti intimi e familiari torna a raccontare l'esistenza dell'anti eroe Dédalus che già lo aveva appassionato nel 1996 in 'Comment je me suis disputé... (ma vie sexuelle)' e, naturalmente, torna a rielaborare con personalità le fondative intuizioni sulla Memoria tracciate da Proust e da Joyce.

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